Intervista al campione italiano
Simone Bertelli
1.
Il tuo nome rimarra’ indelebile nell’albo
d’oro di uno dei trofei piu’ importanti della
storia italiana del calcio da tavolo; questo traguardo
lo rincorrevi dal 1997 (anche se lo avevi gia’ ottenuto
nella categoria Junior nel ‘92 ed Espoir nel ‘95
e ‘96), quando ti fu “tolto” da Giulianini.
Esattamente 10 anni di attesa: l’unica differenza
e’ che allora poteva apparire scontato (e non lo
fu), oggi e’ quantomeno inatteso, ma forse per questo
piu’ dolce.
Poco
ho da aggiungere. Ritrovarsi in mano il titolo italiano
in questo momento della stagione, dopo i miei trascorsi
subbuteistici, è stato ed è tuttora una
grande soddisfazione.
2.
Tra qualche mese dunque andrai a difendere i colori azzurri
della tua nazionale; direi un lieto ritorno dopo il titolo
di campione del mondo espoir (se non sbaglio a Silkeborg
nel 1996). I tuoi obiettivi da oggi saranno diversi, quali?
Qualcosa
di sbagliato nella domanda c’è visto che
per la precisione ho vinto 2 titoli mondiali espoir: l’altro
è stato nel 1998 a Namur in Belgio. La maglia della
nazionale è ciò che più di ogni altra
cosa volevo tornare a vestire, anche perché, vista
la qualità che esiste in Italia, vestirla significa
essere competitivi ai massimi livelli. Ora, come prima,
voglio vincere con più regolarità.
3.
Tu e tuo fratello avete passato un mese favoloso a livello
personale, molto buono per quanto concerne i risultati
a squadre (tanti i tornei vinti nell’ultimo anno),
quali gli obiettivi a livello di team?
Non
posso nascondere che la vittoria della coppa dei campioni
è un sogno rimasto nel cassetto da molto tempo.
Una semifinale ed una finale persa bruciano ancora. Credo
che nel medio periodo la squadra di Pisa abbia le carte
in regole per provarci.
4.
Parliamo di mercato; voci danno per scontato l’arrivo
di uno o due maltesi. Ce lo confermi? Immagino che l’arrivo
di questi innesti sia per proporvi anche a livello internazionale
(dove a parte te e tuo fratello nessuno gira per l’Europa),
sbaglio?
Se
vuoi sapere con più precisione, Pisa ha già
acquistato Bolognino e Nastasi. E’ comunque chiaro
che Pisa vuole poter dire la sua anche e soprattutto a
livello internazionale: è in quest’ottica
che ci stiamo proponendo e ci proporremo.
5.
Puo’ apparire strano ma da quando ti sei sposato
sei diventato piu’ forte (alla faccia di chi ritiene
che donne e cdt siano antitetici), possibile?
La
mia situazione personale ha fatto sì che con il
matrimonio si siano creati presupposti che prima non c’erano.
Laura, mia moglie, non mi ha mai tolto spazi, ma ha sempre
accettato e sostenuto la passione che ho per il cdt –
mi ha conosciuto nel 1997 quando ero all’apice della
forma –. Semplicemente prima non c’erano spazi
e adesso ci sono: certo se la moglie ostacolasse, sarebbe
più difficile continuare l’attività
ma fortunatamente nel mio caso è tutto l’esatto
contrario!
6.
Analizziamo il torneo: alla vigilia quante possibilita’
ti saresti dato per l’assegnazione del titolo?
Ho
sempre molta considerazione di me stesso: non inizierei
un torneo con la convinzione di non poterlo vincere. Avevo
stimoli molto forti e venivo da un bel periodo di gioco
e risultati. Sapevo che potevo dire la mia fino in fondo:
non saprei dire un numero preciso in termini di possibilità,
ma mi posizionavo tra le 3 o 4 persone che potevano vincere.
7. Qual è stato il momento piu’ difficile
(in cui magari hai pensato di non farcela) e quale quello
in cui ci hai veramente creduto?
Il
momento più difficile è stato negli ottavi
di finale con Croatti, al quarto tiro piazzato. Eravamo
in parità e lui ha segnato: ero obbligato a segnare
anch’io perché sapevo che il quinto tiro
potevo sbagliarlo. Ho segnato sia il quarto che il quinto.
In finale con Bolognino, al golden goal lui ha sbagliato
un’occasione non impossibile con tiro non difficile
senza nessun ostacolo. Quando ho deviato la palla in corner
ho capito che la partita stava venendo dalla mia parte.
8.
Giocasti la tua prima partita nel 1990 a Firenze (oratorio
salesiano di Torre Galli). Da allora sono passati ben
17 anni, tra gioie e lacrime. Tolta quella di oggi, raccontaci
almeno due dei momenti piu’ significativi della
tua carriera.
Ma
come fate a sapere che ho giocato la mia prima partita
all’oratorio salesiano di Torregalli nel 1990? In
ogni caso, la vittoria del primo mondiale a Silkeborg
nel 1996 è uno di quei momenti: ricordo perfettamente
l’ultimo minuto di quella finale che vinsi con il
francese Rouis Ouabi per 4 a 3. Lo ricordo con estrema
dolcezza perché quel titolo lo sognavo ormai da
mesi e quando lui commise fallo nel tentativo di togliermi
palla, vidi il cronometro che segnava un minuto alla fine
e vidi la faccia di Galeazzi che sembrava dirmi: “ce
l’hai fatta”. In quel minuto, dove ovviamente
non feci più di 10 tocchi, mi gustai l’avvicinamento
al trofeo tanto desiderato: fu un’enorme soddisfazione.
Un altro momento è stato il ritorno a Pisa: dopo
più di 10 anni da esiliato, dopo che Pisa ha avuto
trascorsi tutt’altro che facili e dopo la salvezza
rocambolesca dello scorso anno a Catania, non avevo altro
desiderio di tornare a dare un contributo agli amici di
sempre con i quali ho condiviso quasi tutta la mia adolescenza
ed oltre, in campo e fuori. In più, in quella squadra
giocava anche mio fratello che non avevo mai avuto come
compagno di squadra, ma con il quale ho trascorso nella
stessa casa quasi 30 anni della mia vita condividendo
la quasi totalità degli interessi. Poter far parte
del gruppo di Pisa è stata una grande gioia della
quale ringrazio ancora oggi il Club Reggiana Subbuteo
che mi ha concesso il trasferimento nell’Agosto
dello scorso anno, nonostante in quel periodo avesse già
avuto la defezione di Cremona.
9.
In tutti questi anni hai girato molte squadre e vinto
molto in ognuna di esse. In una intervista di circa 10
anni fa ti definivi “uno Stella Artois” e
poi li hai abbandonati. L’anno scorso sei andato
ad abitare a Reggio (squadra per la quale giocavi) e sei
tornato invece nel Black&Blue, “la squadra del
cuore” (ndr)…Per il prossimo anno ci saranno
sorprese?
Nei
miei trascorsi ci sono atteggiamenti personali che rivisti
oggi non condivido neppure io. In quei periodi ero piuttosto
giovane e la testa non era ancora matura per dare il peso
corretto alle parole che dicevo. Come ho sottolineato
anche sopra, il desiderio di tornare a Pisa è stato
talmente forte ed il gruppo è così saldo
da non prevedere cambi di maglia ulteriori. Non credo
di sbagliarmi se dico che chiuderò la mia carriera
senza vestire altre maglie – a parte quella della
nazionale, selezionatori permettendo –, anche se
molte volte nella vita non sai mai cosa ti potrà
accadere.
10.
Ti concedo una dedica particolare (moglie e affetti piu’
cari esclusi pero’…); a chi lo dedichi questo
titolo?
Dedico
senza ombra di dubbio la vittoria al club di Pisa, ed
a tutte le persone che lo compongono, senza distinzioni
di sorta: questo perché il club ha avuto tanta
pazienza nell’aspettare il mio ritorno, nonostante
si sia trovato sull’orlo della serie b più
di una volta, e perché ha avuto piena fiducia in
me appena ritornato.
Concedetemi, però, anche di ringraziare mia moglie:
una persona assolutamente unica che appoggia, senza lamentele,
la mia attività subbuteistica. A Laura dico: grazie
di cuore!